Come arrivare al Concrete Jungle Fest

Vi abbiamo detto quel che succederà i prossimi 27 e 28 Settembre prossimi, vi abbiamo fatto conoscere alcune delle persone che lavorano con noi e che vi delizieranno con workshop ed iniziative durante il nostro festival, ma ci teniamo a fare anche un’altra cosa: permettervi di raggiungerci con facilità e, soprattutto, darvi qualche indizio su quel che di bello troverete una volta arrivati.

Come raggiungerci da Milano: 

se vi muovete con i trasporti pubblici, Melzo è ben collegata attraverso il bus z411, che da Milano parte dalla metro di San Donato.
Qui potete trovare gli orari.

E’ molto facile raggiungerci grazie alle nuove linee suburbane S5 S6 e con le linee di Trenord, mentre con il treno potete prendere la linea Milano-Bergamo e Milano-Brescia. Per gli orari potete andare qui .

Una volta arrivati alla stazione di Melzo vi consigliamo di bere un caffè a La’ Ciclostazione, un luogo di iniziative, attività e proposte, concerti, cinema, biciclettate e animazione create e proposte dalla Cooperativa Sociale IL GERMOGLIO, che gestisce – LA’ ciclostazione – in convenzione con il comune di Melzo e in collaborazione con la cittadinanza.

See you there!

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Intervista a Mario Blaconà, critico cinematografico e videomaker del Concrete Jungle Fest

Mario Blaconà ha 27 anni, ha studiato al liceo classico Niccolò Macchiavelli di Pioltello e attualmente studia legge.
Ha fatto un corso di critica cinematografica curato dalla rivista Duellanti, durante il Bobbio Film Festival di Marco Bellocchio, poi un corso di regia documentaristica, grazie al quale, con altri ragazzi e supervisionato da un regista Rai, ha girato un documentario sul Satellite a Pioltello.
Per interesse prettamente personale, invece, è autodidatta e studia autonomamente con varie letture e manuali, da cinque o sei anni a questa parte.
Da due anni Mario è il critico cinematografico del cinema Agorà di Cernusco, dove cura tutta la sezione del cineforum ed, inoltre, è redattore per una rivista online di cinema che ha sede a Roma, CentralDoCinema.
Contro è il primo cortometraggio di finzione che realizza.


Quando ti sei avvicinato al mondo del cinema? Ti ricordi di un film in particolare che ti ci ha fatto appassionare?
Sin da bambino vedere film era la cosa che preferivo fare di più di tutte, ma consapevolmente mi ci sono appassionato, e quindi ho iniziato a studiarlo, il primo anno di università, instradato da un mio carissimo amico, che già allora possedeva una cultura cinematografica mostruosa e con il quale adesso sto scrivendo una sceneggiatura per un altro cortometraggio. Invece di sicuro il film che mi ha aperto completamente le porte del mondo del cinema è stato Vivre Sa Vie di Jan Luc Godard, grazie al quale ho capito definitivamente che il cinema è l’arte più completa e moderna che sia mai esistita.

Il tuo corto, Contro, verrà proiettato sabato 27 Settembre in occasione di Concrete Jungle Fest. So che spesso è difficile spiegare quel che si fa e che si vuole esprimere attraverso l’arte, ma puoi dirci qualcosa a riguardo? Cosa ti ha ispirato, cosa vorresti venisse comunicato attraverso questo cortometraggio?
L’idea per Contro l’ho maturata progressivamente, modificandola più e più volte prima di arrivare ad un risultato finale che mi soddisfacesse il più possibile, e mi sono sempre confrontato con il mio co-regista e direttore della fotografia, Salvatore Di Francesco, che è in questo progetto tanto quanto me. Essenzialmente, comunque, il concetto principale è quello di mostrare come i veri scontri durante la nostra vita, prima di averli con il prossimo, li abbiamo con noi stessi, con la nostra mente e con le sue mille sfaccettature. Naturalmente quando ci si confronta con il proprio io anche il concetto di tempo e spazio vengono deformati, quindi ho provato a ritagliare la sceneggiatura e anche la messa in scena, attorno a questi contorni indefiniti, che delimitano il nostro modo di convivere con noi stessi. Non sono sicuro di esserci riuscito, ma spero di essermici almeno avvicinato.

Restringerò il campo d’azione e non ti chiederò qual è in assoluto il film più bello che tu abbia mai visto, ma invece, qual è stato il film più bello che hai visto quest’anno?
Una volta, per gioco, ho stilato una specie di classifica dei film più belli per me, e mi ricordo che al primo posto misi Dancer In The Dark di Lars Von Trier; non esattamente un film allegro, ma credo sia essenzialmente un’opera d’arte perfetta.
Il film più bello che ho visto quest’anno in realtà è del 2008, ma da noi è uscito solo ora, ed è Synechdoche New York di Charlie Kaufman: un’opera mostruosa sull’inadeguatezza dell’autore. Sui film invece di questa stagione appena passata direi sicuramente La Vie D’Adele di Abdellatif Kechiche, ispirato alla graphic novel Blue Is The Warmest Colour, che ricalca il reale in un modo che raramente ho visto in un film.

Facciamo finta che dalla stazione di Melzo partano treni velocissimi e che riescano ad arrivare ovunque (o quasi) nel mondo. Dove andresti e perché?
Probabilmente andrei nel centro degli Stati Uniti, non nelle grandi città, ma negli stati più piccoli, dove puoi avere davvero modo di capire cos’è la vera America.

Non prima di aver fatto un salto a Los Angeles a salutare Martin Scorsese, però.

 

Intervista a Tino Danesi, Direttore della Scuola di Teatro Officina Dell’Arte Ass. THEAO di Melzo

FOTO PER INTERVISTA JUNGLE CONCRETE FEST

L’Associazione Theao di Melzo è un luogo aperto, di scambio e di partecipazione.
Questa Associazione nasce nel 2012 e il suo nome altro non è che la radice della parola Teatro, proprio perché i fondatori credono fortemente che il teatro, oggi, debba partire dalle sue origini per dare un senso al presente.
Per Theao fare teatro è un’esigenza e alcuni, importanti, obiettivi dell’Associazione sono produrre, divulgare e comunicare il teatro.

Per conoscere meglio l’Associazione e per scoprire cosa succederà durante il Concrete Jungle Fest dal punto di vista teatrale, abbiamo parlato di questo e di altro con Tino Danesi, direttore dell’Associazione Theao di Melzo.

 

La vostra Associazione nasce nel 2012, quindi pochi anni fa. Potete raccontarmi com’è nata e perché?

Associazione Theao nasce nel 2012 e in soli due anni si è imposta sul panorama territoriale con tantissime proposte di teatro e incontri culturali. Nasce per offrire ad un territorio melzese povero di proposte teatrali un’opportunità di sviluppo e di interesse.
Mettendo in campo diverse forze creative siamo riusciti a sviluppare e a proporre eventi teatrali unici, senza dimenticare le numerose collaborazioni che abbiamo attivato e cercato con le altre associazioni culturali e sociali che da anni sono attive sul territorio.

I corsi che tenete sono tanti e variegati e sabato 27 Settembre durante il Concrete Jungle Fest ci sarà modo di conoscere meglio quel che fate e la vostra Associazione. Potete darci qualche anticipazione?

Durante la giornata del 27 settembre all’interno del già ricco programma del Concrete Jungle Fest proporremo una Maratona teatrale: attori della compagnia e corsisti, alternandosi sul palco, animeranno l’ora dell’aperitivo con corti e scene tratte da nostri spettacoli (La commedia degli errori, Peer Gynt, Commedia dell’arte, I blues, altri ancora).
Quella di sabato poi sarà inoltre l’occasione per presentare i nostri corsi 2014/2015, rivolti come sempre ad un pubblico molto ampio: dai corsi per bambini ai workshop specialistici, passando per seminari, teatro danza, yoga per il teatro e molto altro. Tutti i nostri corsi – che poi, è anche la nostra filosofia – sono aperti a tutti: da chi non ha nessuna esperienza teatrale a chi fa da tempo teatro amatoriale. Una proposta per tutti i gusti e le esigenze insomma!

Una frase che racchiuda la filosofia della vostra Associazione.

Fare teatro per noi è un’esigenza.

Facciamo finta che dalla stazione di Melzo partano treni velocissimi e che riescano ad arrivare ovunque (o quasi) nel mondo. Dove andreste e perché?

Al Theatre Du Soleil di Parigi , perché è un punto di arrivo di un viaggio di ricerca e passione per il teatro unico nel mondo.

Intervista a Paolo (in arte Len): writer, grafico e creativo del Concrete Jungle Fest

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Paolo (che tutti in realtà conoscono come Len) ha 34 anni, lavora come art director ed è un creativo per passione.
Nel corso degli ultimi 7 anni ha organizzato vari eventi di musica, skate e graffiti, grazie all’appoggio dell’associazione culturale giovanile Yea e il patrocinio del Comune di Melzo, tramite Rete Giovani.
Tra tutti gli eventi di cui si è occupato vogliamo citare Rock my park nel 2011, 20mila leghe sotto Melzo nel 2012 ed Enjoyyour Eu rights, nel 2013. 
Così, dato che siamo orgogliosissimi di averlo nel nostro team di lavoro, gli abbiamo fatto qualche domanda per farvelo conoscere meglio.


Nello specifico della disciplina del writing, qual è stato il tuo primo approccio e come ti ci sei avvicinato?

Mi sono avvicinato al mondo del writing all’epoca delle superiori, quando l’hip-hop si stava diffondendo a Milano e in Italia, con un approccio ancora casuale. Diciamo che ho cominciato per moda, ma poi col tempo ho compreso il vero aspetto decorativo e comunicativo di questa disciplina.

Riqualificare una zona della provincia è senza dubbio una scelta tanto rischiosa quanto bella, giusta, doverosa. Cosa pensi si possa fare per farlo nella maniera migliore e quali, secondo te, sono i limiti e le difficoltà?

Riqualificare un’area urbana tramite i graffiti è sicuramente una grossa responsabilità, ma anche un segno dei tempi che cambiano. Finalmente la spray-art è una forma di espressione sempre più riconosciuta ed accettata, in cui i ragazzi possono sviluppare le proprie doti artistiche e lasciare un ricordo di sé ai posteri.

Si può fare una distinzione tra Hall of fame, dove i writers hanno una sorta di galleria a cielo aperto, in continua evoluzione, e invece altre opere permanenti di abbellimento, in cui gli artisti, dato un tema, lo interpretano al meglio, secondo il loro stile e capacità.

Sicuramente in entrambi i casi i limiti sono il budget e l’opinione pubblica, ma si possono realizzare delle belle opere nel rispetto della cittadinanza e dell’ambiente circostante, semplicemente seguendo delle basilari norme di educazione e senso civico.

Quale obiettivo volete (o vorreste) raggiungere dal punto di vista del writing attraverso il Concrete Jungle Fest?

Con questo festival vogliamo lasciare un ricordo di quello che un gruppo di ragazzi, volenterosi, può fare per la propria città e trasformare un quartiere semi-abbandonato in una zona piacevole da frequentare, ricca di colori e di cultura.

Facciamo finta che dalla stazione di Melzo partano treni velocissimi e che riescano ad arrivare ovunque (o quasi) nel mondo. Dove andresti e perché?

Se dalla stazione di Melzo potesse partire un treno “speciale”, me lo immagino come se fosse un laboratorio senza frontiere, che in un lungo interrail attraversasse tutto il mondo, un continente dopo l’altro, facendo incontrare i giovani di tutto il pianeta per poter condividere, una stazione dopo l’altra, tutte le esperienze e le qualità degli artisti incontrati durante il lungo viaggio.

LADIES & GENTLEMAN ECCO A VOI IL PROGRAMMA DEL CONCRETE JUNGLE FEST

Signore e signori, siamo orgogliosissimi di presentarvi il programma di quel che di bellissimo succederà il 27 e il 28 Settembre prossimi.
Et voilà:

Iniziamo sabato 27 Settembre alle 9.30
con 250 metri di murales che saranno realizzati da ben 50 writers ed, inoltre,
potrete ammirare la realizzazione del murales di TDK

Alle ore 15.30 ci sarà il laboratorio di writing con il gruppo GAM, gruppo artistico melzese
mentre il laboratorio di teatro sarà a cura dell’associazione culturale Theao

Alle ore 18.00 ci rilassiamo un po’ con
l’aperitivo e un Dj set di quelli perfetti per il momento, mentre
dalle ore 19.30 ascoltiamo della buona musica con i live di: :

Orfeo
Calvino
Le Pinne

Dalle ore 22.00, giusto perché non vogliamo farci mancare nulla,
ci sarà la proiezione del cortometraggio 
Contro, di Mario Balconà
e Corto di Identità, di Progetto Itinera

Ci rivediamo, poi, domenica 28 Settembre 
dalle 10.00 alle 18.00
per stare di nuovo insieme, chiacchierare di quanto è stato bello il giorno prima e

sentirci tutti artisti anche solo guardando la realizzazione di 250 metri di murales durante tutto il giorno,

che daranno alla stazione diversa un’aria completamente nuova.

Se non ci credete, non vediamo l’ora di dimostrarvelo.

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Intervista a Calvino (ovvero Niccolò Lavelli)

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Se la musica che fai è musica di qualità, bastano anche poche tracce per lasciare la sensazione a chi ti ascolta di aver detto tutto e di averlo detto bene. E’ questo il caso dell’Ep “Occhi pieni Occhi vuoti“ di Niccolò Lavelli (in arte Calvino), il quale sarà presente (tra gli altri) in occasione del nostro bellissimo festival. 

Per non farci mancar nulla, abbiamo scambiato quattro chiacchiere anche con lui.

 
Cosa significa, oggi, essere un musicista cantautore indipendente e auto-prodursi?
Significa stare alla realtà e costruire il proprio percorso senza farsi prendere da ansie o senza affidarsi a scorciatoie suicide, questo è il lato positivo. Il sentirsi responsabili di praticamente tutti gli aspetti che riguardano il proprio lavoro, le registrazioni, i live, la promo, è faticoso ma insegna anche che non esiste un modo “giusto”, ma che ognuno deve trovare il proprio.
Il lato negativo è evidente e conosciuto. Non si può fare tutto da soli, specialmente quello che non conosci e su cui non hai esperienze.
In più esiste un muro difficile da oltrepassare in Italia: quel contenitore di musica emergente nel quale viene ributtato tutto, in un gran calderone dovem in qualche modo, serpeggia l’etichetta di “dilettantismo”.
 

Hanno paragonato il tuo stile a Luigi Tenco e Francesco Bianconi, effettivamente “Il clochard e la Senna” ricorda molto lo stile dei Baustelle. In ogni caso sono due nomi di un certo livello.
Che effetto fa? Ti ci ritrovi musicalmente parlando?
Sinceramente trovo una qualche somiglianza con il loro stile solo se me la fanno notare. Penso che ci sia sempre una necessità di ricondurre ad esempi le cose che si ascoltano, quindi non mi viene da prendere molto in considerazione questi paragoni.

Il tuo Ep ha avuto critiche e recensioni positive e, correggimi se sbaglio, parla dell’Assenza.
Credo sia qualcosa di estremamente difficile da esternare attraverso le parole, l’assenza, cosi anche come la nostalgia e la malinconia che, pur essendo emozioni (secondo me) molto belle, rimangono comunque complicate da “descrivere”.
Cosa hai voluto raccontare con le 4 tracce del tuo Ep?
Il tema dell’Assenza è qualcosa che ho ritrovato a posteriori, quando ho riascoltato per intero l’Ep finito. Nell’ascolto ho risentito le storie e le immagini e ho avuto subito la chiara impressione che tutto girasse intorno ad un vuoto e che in qualche modo, attraverso la narrazione, si cercasse di riempirlo.

Nella canzone “I Fantasmi”, ad un tratto, dici: “non ho mai creduto a niente che non fosse una visione di un poeta morto giovane” e, dato che è seguita da un “ma per cortesia” sembra quasi una critica a chi si atteggia da intellettuale dicendo frasi di questo tipo. Posso chiederti di spiegarmela?
In realtà “I Fantasmi” è costruita su un dialogo interiore e un contrasto interno di opinioni, che sono rappresentate nelle strofe e nei ritornelli. C’è una tensione tra uno sguardo aperto al mondo delle presenze, delle emozioni (e quindi anche del passato) e dell’occulto, se vuoi, con invece uno sguardo più pragmatico, realista che sminuisce queste presenze. Non è una critica a chi si atteggia da intellettuale, è piuttosto una difesa dalla confusione o dal “troppo sentire” che alcune visioni possono dare, c’è una paura di essere assorbiti da un mondo in cui non c’è più differenza tra l’esistere o il non esistere.

A proposito di Milano: una canzone e un’immagine per descriverla.
L’immagine che ho in testa ora viene da una fotografia di Luca Quagliato, fotografo milanese con cui ho avuto l’occasione di lavorare: è l’immagine di un Idroscalo completamente ghiacciato, con una crepa che si ramifica a partire dall’osservatore, in un’atmosfera che mi immagino ovattata e priva di suoni.
E’ come se fosse un’immagine perenne, che resta in sottofondo alla vita quotidiana di una città frenetica ma fatta anche, e direi soprattutto, di spazi vuoti, spazi non investiti da fantasmi se vogliamo, neutri, a volte non esistenti.
Come canzone, invece, mi viene in mente un brano dedicato ad un’altra città, New York, degli LCD Soundsystem che si intitola “New York I love you, but you’re bringing me down“.

 

 

Intervista a Le Pinne (ovvero Simona Severini e Irene Maggi)

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Le Pinne nascono nel 2009 da un’idea di Simona Severini e Irene Maggi. I primi pezzi nascono durante l’inverno del 2009, durante il quale Le Pinne si chiudono per lunghi pomeriggi nelle loro camerette a suonare e, dato che le registrazioni casalinghe ottengono molti pareri positivi, le due decidono di farsi conoscere dal pubblico e di iniziare a suonare live.
Esordiscono live al Circolo Arci Magnolia e dopo una serie di concerti decidono di registrare il primo disco, accompagnate dal batterista Daniel Plentz.
Esce nel 2010 l’album Le cose gialle (che potete ascoltare qui) registrato da Roberto Rettura e prodotto artisticamente da Enrico Gabrielli, con lo pseudonimo di Remo da Piroga.
Visto che stanno attualmente lavorando al loro nuovo album abbiamo deciso di fargli un po’ di domande per conoscerle meglio.


Leggo sul vostro profilo Facebook che Le Pinne è un nome nato da un errore. Quale nome avevate in mente, in realtà, per il vostro duo?
E’ il soprannome con cui ci chiamavamo prima di diventare un gruppo, è nato da un errore scrivendo una parola col T9 del telefono. Quando abbiamo formato il nostro gruppo è stato Pinne il primo nome che ci è venuto in mente.

Come vi siete incontrate e, successivamente, com’è nata la collaborazione con Daniel Plentz?
Ci siamo conosciute alla Scuola Civica di Jazz, eravamo compagne di corso. Abbiamo conosciuto Daniel Plentz tramite i Selton, nostri amici, e abbiamo deciso di aggiungerlo poiché elemento perfetto per Le pinne.

So che state registrando il nuovo album. Com’è tornare a lavorare insieme dopo un periodo di pausa?
Bello, da sole ci mancava sempre un lato e nuotavamo storte.

Il vostro è uno stile pop molto allegro, o almeno, in “Le cose gialle” era così (a parte per “Canzone Pop”, che ha sonorità molto più malinconiche). Rimarrete sempre su questo genere anche per il nuovo album o siete, in qualche modo, cambiate?
Stiamo cercando un suono differente da quello del primo album, meno acustico e casalingo, nel senso positivo del termine. Per il resto non vogliamo mantenere a tutti i costi uno “stile pinne”, quanto scrivere dei pezzi che ci piacciono. Essendo-nostro malgrado -cresciute è probabile che i brani siano un po’ diversi dall’album di qualche anno fa.

Cosa avete fatto in questi due anni di pausa?
Pinna sinistra: sono diventata vegetariana
Pinna destra: sono ingrassata parecchio, ma adesso faccio la dieta.

La più grande aspirazione e la più bella ispirazione.
Aspirazione: che il mondo ci riconosca in quanto geni.
Ispirazione: Lady gaga e i Madrigalisti del XV secolo.